Remare con il digitale, il nuovo canottaggio secondo Galtarossa

18 Settembre 2026
ChatGPT-Image-18-set-2026-13_04_30-1200x900.png

Articolo di Marco Camporese per la rubrica Digital4Sport

Sport e digitale sono due ambiti strettamente interconnessi. Soprattutto quando il secondo consente un miglioramento della performance atletica.
Rossano Galtarossa, Presidente della Federazione Italiana Canottaggio ed ex atleta olimpionico, rappresentante dell’Italia per cinque giochi olimpici estivi consecutivi, ha spiegato la sua idea di canottaggio digitale.

Presidente, lei riscontra un problema di alfabetizzazione digitale per persone, sopra i 40 anni, che svolgono ruoli di dirigenti e di allenatori sportivi?

Nel canottaggio, in questa fascia d’età, c’è ancora qualche allenatore che non è al passo della tecnologia. Sul fronte dei dirigenti questo problema è meno evidente. I tecnici non possono più chiamarsi fuori dal supporto della parte digitale. Nonostante molti siano competenti nel preparare gli atleti, tutti sono chiamati ad avere maggiore dimestichezza con i mezzi tecnologici e informatici.

Come si pongono gli allenatori di fronte all’utilizzo di sensori utilizzate nelle imbarcazioni?

Ad alti livelli, in federazione, abbiamo uno staff capitanato da un direttore tecnico che è molto attento a tutto ciò che è il supporto digitale e stiamo aggiornando i sistemi di rilevazione con sensori sulle imbarcazioni che utilizziamo. C’è un’implementazione, con altre offerte presenti sul mercato, per avere quindi un’analisi sempre più approfondita di quella che è la performance delle atlete e degli atleti. Sul fronte dei club locali, lo stato attuale è più distante perché è uno sport dove le risorse non sono così ingenti. C’è un minore utilizzo, esclusa una fetta di giovani allenatori che ha maggiore dimestichezza con questi strumenti.

Riguardo a questi dispositivi, noi possiamo mettere i sensori sull’attrezzatura, però se non si ha la capacità di analizzare i dati che si sono registrati, si perde tempo prezioso e non ci si avvale dell’aiuto che questa tecnologia può offrire.

Qual è stata l’evoluzione di questi sensori?


Nel canottaggio da molti anni si usa lo strumento di un computer di bordo che inizialmente aveva un lettore a cavo e che leggeva la frequenza di palate al minuto e poi restituiva un rilevamento cronometrico. Successivamente è stato implementato una tecnologia con GPS, perciò adesso abbiamo un sistema wireless più pratico nell’ utilizzo. A livello più alto, di squadre nazionali, lo staff tecnico utilizza molto le riprese video con i droni che si sincronizzano con la registrazione del GPS. Invece di investire molto tempo a guardare delle ore di filmati, verificano quando ci sono delle variazioni di velocità significative e quindi vanno a vedere le immagini di quel momento. Sia nel caso di un incremento positivo che di un incremento negativo, per capire cosa è successo.

Ha vissuto il canottaggio olimpico prima e dopo l’arrivo massiccio dei sensori e dei chip. Cosa è cambiato nel modo di allenarci e cosa resta insostituibile nel gesto tecnico?

La prima immagine divertente che mi viene in mente è di inizio anni ‘90 dell’allora Germania dell’Est. La loro nazionale veniva al nostro centro di preparazione olimpica in Umbria e in accordo con la federazione aveva allestito un’imbarcazione di quattro componenti. Attaccava una serie di accessori, tutti cablati e li alimentava con una batteria d’auto che metteva al posto del timoniere. Aldilà di questo aneddoto, nel nostro sport resta insostituibile la sensibilità dell’atleta. Ogni sportivo si muove su una barca che chiaramente galleggia su un fluido e lo fa ripetutamente ciclicamente, sia in una fase propulsiva che in una fase passiva. Nella fase passiva si muove contro la direzione della barca e questo implica un fattore di disturbo se non lo si fa con la miglior sintonia possibile. Oltre la preparazione fisiologica, metabolica, rimane necessariamente la sintonia e la sensibilità che l’atleta deve avere con l’attrezzatura.

In un’altra intervista ha sostenuto che la tecnologia supporta la consapevolezza ma non sostituisce l’istinto e i fattori mentali. Lei è anche mental coach, dove traccia il confine tra ciò che un dato può dirci e ciò che solo l’esperienza sul campo riesce a leggere?

Molti atleti giovani diventano un po’ schiavi di questi dispositivi che sono utilizzati in gara. Il regolamento nazionale e internazionale prevede che alcuni dispositivi possano essere utilizzati in gara, altri no. Questo comporta che in gara, quando si vuole ottenere la miglior performance, bisogna essere al massimo della sintonia con sé stessi, con l’attrezzatura e con i propri compagni. Il tutto deve essere gestito in funzione di quello che fanno gli avversari e delle condizioni meteorologiche. Nell’ultimo mondiale c’erano anche le condizioni di vento piuttosto particolari, era opportuno scegliere bene la propria strategia. È chiaro che se una persona basa la propria condotta di gara solo fissandosi su dei dati forniti da un supporto digitale, in questo caso elettronico, rischia di perdersi molte informazioni. Per sintetizzare l’atleta deve saper fare la sua performance e magari durante questa avere la possibilità di guardare un display che gli dia un dato che avvalori quello che lui sta percependo. Il dato può confermare oppure valorare quello che gli sta succedendo realmente. Ma l’atleta non può diventarne schiavo, soprattutto in un contesto sportivo in cui è molto importante che deve essere in sintonia con l’imbarcazione.

Questa intervista è un’anticipazione dell’evento “Un chip cambia la vita anche nello sport. Attrezzi sportivi e nuovi modi di misurare le performance e gli allenamenti” in programma il 20 Ottobre a Vicenza: ISCRIVITI ALL’EVENTO