La forza del digitale nello sport paralimpico

Articolo di Marco Camporese per la rubrica Digital4Sport
Nel mondo paralimpico, la comunicazione digitale assume un ruolo fondamentale per prevedere uno sport alla portata di tutti.
Per la rubrica digital4sport, l’ultima intervista è con Davide Giorgi, presidente del Comitato italiano paralimpico veneto.
Presidente, in tema di alfabetizzazione digitale, dove trovate più evidente il divario digitale tra società, tecnici, famiglie e atleti?
La situazione attuale è composta da una base associativa diretta da genitori degli stessi atleti. Questo spesso non ci da l’opportunità di avere una cultura digitale approfondita. D’altra parte, abbiamo sportivi che hanno ottime capacità digitali e sono ben presenti sulle piattaforme. A livello nazionale e locale, come comitato paralimpico, abbiamo costruito degli uffici dedicati proprio per lo sviluppo della parte comunicativa anche a livello web.
Come movimento paralimpico qual è il vostro sforzo maggiore in tema di comunicazione?
Abbiamo diversi obiettivi. Il primo è fare in modo che la nostra comunicazione possa mostrare il lato sportivo del movimento e che sia adeguato a quello olimpico.
Il nostro movimento si pone come obiettivo far uscire di casa i ragazzi e fargli fare sport. Abbiamo una base ancora molto ridotta e questo ha un’implicazione sociosanitaria importante perché una popolazione disabile ferma è una popolazione che necessita più di tutte di essere stimolata alle attività. Per migliorare dobbiamo coinvolgere l’ambiente sociosanitario, la scuola e le università per la formazione alla ricerca. Queste azioni sono determinanti e hanno come obiettivo finale quello di inserire all’interno del mondo sportivo, all’interno del CONI e in ogni società, la sezione Paralimpica. Se si organizza una società sportiva non si deve soltanto “includere”, bisogna “prevedere” tutti.
A livello digitale ci si affida molto alle nuove generazioni per sviluppare un messaggio e veicolarlo tramite i social media e i mezzi di comunicazione.
Noi deleghiamo sempre più ai giovani le nostre attività di comunicazione. Come comitato abbiamo reclutato un social media manager che ci aiuterà oltre all’addetto stampa. Riconosciamo molto importanti queste funzioni, le ricerchiamo e le contrattualizziamo.
Lei è stato anche alla guida della polisportiva Terraglio, che ha previsto percorsi dedicati allo sport inclusivo e paralimpico. Qual è stata la difficoltà più grande che ha riscontrato nel comunicare online e sul digitale il tema disabilità?
La prima difficoltà era che all’epoca si usava ancora il termine handicappati. Non esisteva il comitato paralimpico ma la Federazione Italiana per lo Sport degli Handicappati.
Successivamente è diventata Federazione Italiana Sport Disabili che è sempre stata una piccola nicchia all’interno del CONI. In seguito, è diventato un ente pubblico sostenuto dal Presidente della Repubblica, denominato il Comitato Italiano Paralimpico nato nel 2017. Questa evoluzione culturale è a stata affiancata da un’altra di natura digitale. Siamo dunque partiti con un’immagine dello sport, pietistica degli anni ‘80 e ’90. Prima venivano evidenziate non tanto le prodezze sportive e ciò che una persona poteva avere, ma ciò che le mancava. Di una persona con disabilità si possono raccontare due facce, ciò che ha e ciò che non ha. Lo sdoganamento è avvenuto con le Paralimpiadi del 2012 a Londra quando ci sono stati spalti pieni a differenza delle Olimpiadi. In quel contesto c’è stato il sold out mentre ai giochi olimpici, che si sono tenuti 15 giorni prima, gli spalti erano mezzi vuoti. Questo perché è stata data un’immagine completamente diversa e sono stati coinvolti grandi sponsor come Nike e Toyota.
In che modo a livello comunicativo si può evitare la trappola del pietismo o all’opposto del supereroe?
Stiamo lavorando su corsi dell’Ordine dei Giornalisti proprio per la narrazione del nostro movimento. Bisogna sempre poter leggere il fenomeno e la nostra attività con gli occhi dello sport. Così come si legge un evento sportivo del calcio, della Formula 1 o una partita di Sinner, così lo devo leggere Bebe Vio e tutti gli atleti paralimpici che stanno scrivendo pagine importanti di sport nel nostro paese. Ad esempio, se c’è un atleta amputato devo saper raccontare quanta forza riesce a scaricare su un solo arto. Quanto questo determini un risultato sportivo e il percorso che l’ha costruita come farei con qualsiasi altro atleta. I nostri atleti si allenano alla pari degli atleti olimpici, con gli stessi strumenti. Questo comporta avere un preparatore atletico, un nutrizionista o uno psicologo. Sono entrati dentro i corpi dello Stato come gli atleti olimpici e hanno le stesse strumentazioni e opportunità degli altri. Quindi anche la narrazione dovrà essere uguale oltre il sensazionalismo.
In che modo un atleta paralimpico può essere considerato un esempio per i ragazzi che si sentono discriminati e hanno paura di mettersi in gioco?
Questo è un tema molto importante perché ce ne stiamo occupando con gli enti pubblici e con la Regione Veneto. Abbiamo le prime pagine giornali riempite di fenomeni di bullismo che pervadono sia il sistema scolastico che le nostre piazze. È evidente che il movimento della nostra regione, non è immune, anzi spesso è una vittima all’interno della scuola e all’interno del sistema sociale. Stiamo cercando di costruire un percorso in cui prevedere attività per tutti quanti e quindi dare la possibilità all’interno della scuola di fare un’attività integrata. Un esempio è fare sitting volley nelle scuole, un modo intelligente per coinvolgere tutti e fare in modo che nessuno rimanga escluso e bullizzato.
Sono 23.000 gli studenti con disabilità presenti nei nostri istituti, dagli asili fino alle secondarie. Se i nostri studenti vengono integrati nell’attività insieme a tutti gli altri, sono l’elemento culturale più potente che possiamo avere per poter abbattere tutti i pregiudizi che poi deviano in bullismo.
Il 20 Ottobre ci sarà a Vicenza un incontro del Digital Meet, in cui si rifletterà su microchip e sensori e come essi cambiano il mondo dello sport. C’è qualche tecnologia innovativa che sta venendo sviluppata da attenzionare in questo senso?
Una volta avevamo delle protesi che erano improbabili, con carrozzine pesantissime. Oggi si parla di titanio e abbiamo protesi che consentono performance incredibili. È un aspetto molto importante perché lo stiamo vedendo anche con l’Università di Padova e con le facoltà dedicate e tutte conoscenze che poi si possono trasferire nella domotica e nella vita di tutti i giorni. Molti ausili che sono stati creati per lo sport hanno poi trovato un’applicazione anche nella vita quotidiana alleggerendo le carrozzine dandone una maggiore maneggevolezza e stabilità evitando cadute. Abbiamo delle eccellenze qui in Italia, con Budrio e con i vari dipartimenti degli Atenei più importanti d’Italia, da Milano a Padova fino a Roma. Su quella strada stiamo investendo, si sta muovendo parecchio e io sono molto fiducioso che appunto porterà un miglioramento per tutta la popolazione italiana.
Quali tecnologie possono essere usate nella vita di tutti i giorni?
Un esoscheletro leggero può essere utilizzato per un anziano dopo l’operazione all’anca. Una carrozzina leggera può essere più maneggevole per qualsiasi persona che debba usarla dopo un intervento. Prima o poi tutti diventiamo disabili, la nostra capacità motoria o cognitiva ha un limite, quindi è fondamentale utilizzare questi strumenti. Oggi tantissimi sponsor stanno investendo su questo per la performance sportiva, ma tante conoscenze di tutti questi percorsi, applicate nel mondo quotidiano, hanno dei risultati veramente incredibili.
