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2 Settembre 2015

di Gianni Potti –  Presidente CNCT (Comitato Nazionale Coordinamento Territoriale) Confindustria Servizi Innovativi e tecnologici e Presidente di Fondazione Comunica

LA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Oggi è in corso la quarta rivoluzione industriale: dall’inizio del 21° secolo, stiamo vivendo una trasformazione digitale – cambiamenti associati con l’innovazione nel campo della tecnologia digitale in tutti gli aspetti della società e dell’economia.

In Occidente già abbiamo vissuto tre rivoluzioni industriali: energia idroelettrica con il crescente uso della forza vapore e lo sviluppo di macchine strumenti; Elettricità e Produzione di massa (assemblaggio in linea); più di recente si è ulteriormente accelerato di automazione utilizzando l’elettronica e informatica; la quarta, digitale, che è già partita in tutto Il mondo ed ora riguarda anche noi.

THE NEW NORMAL (INTERNET OF THINGS)

Tuttavia, mentre alcune aree vedranno veloci e dirompenti modifiche, altre cambieranno lentamente e costantemente. Un altro passo “evolutivo”.

In entrambi i casi, quel che è certo, è che non si torna indietro! Si va verso il cosiddetto the new normal, ovvero questo è già il nuovo mondo. I nostalgici del passato sono serviti.

In questa nuova evoluzione, gli oggetti fisici sono perfettamente integrati nella rete delle informazioni. Internet si combinerà sempre più con le macchine intelligenti, processi produttivi e processi per formare una sofisticata rete. Il mondo reale si sta trasformando in un enorme sistema di informazioni.

FABBRICA 4.0

E’ da queste considerazioni che nasce “Fabbrica 4.0″, per fornire le risposte principali per affrontare la quarta rivoluzione industriale. Che sarà differenziata in tanti piccoli concetti, come l’”Internet delle cose”, il “movimento maker” o “fabbrica 4.0”, o chissà cos’altro, ma questo poco importa.

Il minimo comune denominatore è che Fabbrica 4.0 tende ad enfatizzare l’idea di una consistente digitalizzazione collegata con tutte le unità produttive dell’economia.

I titoli, giusto per dare un idea di quanto sta accadendo, sono: sistemi e mercato cyber-fisico (nella produzione non basterà più solo parlare di IT, ma di sistemi complessi che interagiscono continuamente con la produzione e con il mercato grazie ad un massiccio utilizzo della rete, sempre più connessi ai sotto sistemi, con controlli in tempo reale), smart robot e nuove macchine (dal 2004 i robot nelle aziende europee sono raddoppiati. Ungheria e Cekia sono capofila. Sistemi sempre più intelligenti, interagiscono tra loro. Non solo in sostituzione dell’elemento umano, ma con nuove funzioni e opportunità), big data (raddoppiano nel Mondo anno su anno. Sui dati aperti, siamo buon ultimi in UE. Dalla lettura e analisi dei dati nasce un nuovo approccio al mercato e una nuova impostazione delle aziende. Il cloud computing aprirà strade inaspettate per stoccaggio, lettura, condivisione dei dati. Dalla capacità di lettura rapida dei dati verrà modificata on line la produzione), efficienza energetica e decentramento (il cambio climatico e la scarsità di risorse sono megatrend con cui dovremo sempre più fare i conti), industrializzazione virtuale (ogni processo viene prima simulato e verificato in virtuale; solo quando la soluzione finale è pronta potrà partire la mappatura fisica – che significa che tutto il software, i parametri, le matrici numeriche, vengono caricate nelle macchine che controllano la produzione. Piante virtuali possono essere progettate e facilmente visualizzate in 3D, così come lavoratori e macchine interagiscono.

PROCESSI INTEGRATI E SHARING ECONOMY

Ma tutto questo a cosa porta? Porta ad integrare come non mai i processi.

Nell’era dei social media, infatti, una delle parole chiave delle nostre interazioni è sharing, ovvero condivisione, lavorativa, di processo, di notizie e informazioni. In realtà il fenomeno è più vasto di quanto si possa pensare e ridefinisce il nostro sistema di valori e il nostro stile di vita.

Secondo le stime più recenti il valore a livello mondiale della sharing economy è di 26 miliardi di dollari.

Nel Regno Unito i ricavi e i risparmi associati all’economia collaborativa si aggirano attorno ai 4,6 miliardi di sterline a fronte di 33 milioni di inglesi che condividono già attivamente beni eservizi. In Italia 6 italiani su 10 sono propensi ad avvicinarsi a questo modello di consumo ma solo l’11% lo ha già fatto (fonte Ipsos).

 

I settori più interessati sono la mobilità – c’è chi per esempio vuole dividere il taxi o addirittura la barca – fino agli alloggi (+22% di annunci negli ultimi 3 mesi), anche in coabitazione con anziani (il cosiddetto silver cohousing) e nel settore professionale cresce la condivisione degli spazi con il coworking(+18% negli ultimi 3 mesi) che si traduce anche in sinergie professionali e nuove opportunità. Un +14% registrano invece gli annunci di vendita o noleggio di usato.

E’ dunque su questi due capisaldi di un forte manifatturiero additivo e digitale, con processi re-ingenierizzati da un lato, e di una logica di sharing economy dall’altro, che va promosso il progetto Fabbrica4.0, una vera sfida Paese, che potrà consentire di tornare ad essere competitivi e performanti in una economia che non è più quella di venti anni fa, ma neanche di cinque anni fa e che certamente corre più veloce di ogni possibile immaginazione.

IN CONCLUSIONE: INDUSTRIA CENTRALE

E’ fuor di dubbio che l’industria svolge un ruolo centrale nell’economia dell’Unione europea, pari al 15% del valore aggiunto (rispetto al 12% negli Stati Uniti). Ed è anche fattore chiave di ricerca, innovazione, produttività, occupazione, esportazioni.
Ma è altrettanto vero che l’industria europea è fondamentalmente diversa: mentre il settore industriale europeo tedesco e orientale sta guadagnando quote di mercato e vede crescere rapidamente la produttività, altri Stati dell’Unione Europea sono sulla strada della deindustrializzazione. Quindi è in corso una frattura, sempre più ampia, tra Germania e i paesi dell’Europa dell’est e dall’altra parte Francia, Gran Bretagna e il sud Europa.

Industrial Compact, documento cardine della politica industriale dell’Unione Europea, di qui al 2020, si pone un obiettivo ambizioso e importante: accompagnare il manifatturiero a generare il 20% del Pil entro il 2020 (rispetto all’attuale 15%).

Dobbiamo anche prendere atto che l’Italia, a fianco di un 20-30% di aziende virtuose e leader sui mercati, ha oggi una gran quantità di PMI assolutamente in ritardo.

In sostanza bisogna prendere atto che il sistema imprese del Paese é vecchio. Vecchio non solo in termini di infrastruttura, ma anche e soprattutto nella mentalità di tanti vecchi imprenditori, che hanno fatto venti/trent’anni fa la fortuna dell’Italia ed ora non reggono più il passo con un mondo che corre, corre…!

Ma per questa sfida é decisivo che l’Italia la affronti con un manifatturiero diverso da quello attuale o di tre anni fa.

COSA PUÒ FARE IL SISTEMA PAESE

Vanno studiati più che contributi alle imprese, incentivi all’innovazione laddove l’impresa investa nella reingenirizzazione dei processi produttivi, nel digitale (intendendo qualcosa di fisico, tutt’altro che virtuale), ma anche nel fare sharing, dare risposte alla necessaria crescita dimensionale delle nostre imprese per affrontare i mercati, facendo rete, sviluppando reti d’impresa.

In estrema sintesi va detto che “La competitività della manifattura passa dal digitale”

SMART MANIFACTURING NEL MONDO

– Il governo tedesco é stato il primo a livello mondiale a definire una strategia nazionale a sostegno della digitalizzazione del proprio comparto manifatturiero, la nostra Fabbrica4.0 e a loro va attribuita la Industry4.0, per la prima volta apparsa nel 2011, poi recepita in sede UE. Da lì ha varato appunto il programma Industry 4.0, in collaborazione con imprese, associazioni, università, centri di ricerca, a sostegno della competitività del proprio sistema produttivo.

La Merkel ha poi attivato un vero e proprio think tank su Fabbrica 4.0 con il quale siamo in contatto. Sulle stesse tematiche saremo a Stoccarda il prossimo 9 e 10 settembre con ristretta delegazione di Confindustria x incontrare i colleghi tedeschi.

Da segnalare recente studio del Direttore dell’ Istituto “Institut der deutschenWirtschaft Köln” (IW), Prof. Hüther.

– quasi nello stesso periodo a metà 2012 gli USA varano la Smart Manufacturing Leadership Coalition (SMLC), organizzazione privata no profit, con lo scopo di favorire la collaborazione tra le aziende produttrici, enti di ricerca e università, e organizzazioni di produttori nella ricerca. Nello sviluppo di standard, piattaforme e infrastrutture condivise per l’adozione dello Smart Manifacturing. Tra le varie iniziative nel campo formativo la SMLC ha lanciato il programma “Workforce Imperative”.

– Regno Unito, pur con economia fortemente orientata ai servizi ha avviato l’iniziativa High Value Manifacturing, all’interno del piano nazionale Catapult. Va anche segnalata l’iniziativa europea Factories of future.

 



30 Luglio 2015

Editoria Digitale al bivio tra investimenti e mancati profitti. Gli editori tradizionali hanno investito tanto sul digitale, ma finora i risultati sono ancora modesti

Negli ultimi anni gli editori di tutto il mondo hanno investito cifre considerevoli sullo sviluppo del digitale.

Il web ha letteralmente rivoluzionato il mondo editoriale, dal modo completamente diverso in cui gli utenti accedono ai contenuti al selfpublishing, senza parlare dell’annosa questione del copyright.

Per il mondo del giornalismo il web rappresenta senza dubbio un’enorme opportunità ma, al tempo stesso, è il primo grande problema con cui la stampa deve confrontarsi.

In un mondo in cui l’accesso a qualsiasi contenuto e quasi gratis, perché un utente dovrebbe pagare per leggere un articolo? Questa è la domanda di fondo a cui i grandi gruppi editoriali non sono ancora riusciti a trovare una risposta.

Editoria Digitale tra investimenti e mancati profitti

Si guadagna solo con la carta

Nonostante i pesantissimi investimenti fatti, per quasi tutti i big player dell’editoria oggi il digitale è principalmente un costo, come emerge chiaramente dai del Digital Consumer Publishing Forecast pubblicato dall’istituto di ricerca Ovum, che ha fatto un’analisi approfondita dell’editoria dai qui fino al 2020.

Infatti anche se tutte le strategie di sviluppo da qui ai prossimi 10-15 anni sono improntate sull’online, da qui al 2020 la carta resterà ancora il settore dominante per quanto riguarda il fatturato editoriale.

Il dato è senza dubbio significativo ma, per chi vive quotidianamente la realtà concreta del mercato digitale, appare abbastanza scontato.

Nel nuovo mercato digitale l’abbassamento del prezzo di un prodotto è supportato dal sistema soltanto se si moltiplicano gli utenti: se questo non avviene per il produttore (l’editore nel nostro caso), che deve far fronte a costi più o meno fissi, non riesce a sostenersi.

Per un editore dunque diventa interessante vendere un ebook a 2,99 euro se riesce a venderne 10.000 copie all’anno, altrimenti gli conviene comunque vendere 2.000 copie cartacee a 14,99 euro.

Ma il sistema libro da questo punto di vista presenta una criticità non indifferente: quanti libri può leggere all’anno un lettore?

Al di là dei numeri relativi all’Italia, che parlano di più del 50% degli italiani che non legge nemmeno un libro all’anno, anche ipotizzando dei lettori fortissimi potremmo parlare di una ventina di libri all’anno.

In un mercato come quello attuale, con tutti i classici che possono essere letti gratuitamente in maniera legale e le numerose offerte a prezzi stracciati ecco che appare chiaro come per l’editoria ci sia bisogno di inventarsi qualcosa, altrimenti con il digitale difficilmente si fattureranno cifre anche solo paragonabili a quelle di qualche anno fa.

Il discorso è ancora più amplificato quando si parla di giornalismo: con migliaia di siti gratuiti che pubblicano più o meno le stesse notizie pubblicate dai grandi player dell’informazione, per sopravvivere e prosperare è necessario distinguersi per tecnologia e contenuti, altrimenti il digitale resta soltanto un costo (soprattutto se si scimmiottano online film già visti su carta).

Editoria Digitale, scenari futuri tra investimenti e scarsi profitti

Gli esempi di Musica e Cinema

Il mondo della musica e quello del cinema sono stati i primi ad essere investiti dalla rivoluzione digitale, anche se poi quando è stato il turno dell’editoria nessuno ha pensato bene di andare a vedere cos’era successo.

Il web ha fatto sparire le videoteche e il composito mondo del noleggio, di fatto soppiantato dalle modalità on demand. Il cinema però resiste, anzi prospera, con incassi record e aumenti di fatturato.

Il motivo è molto semplice: andare al cinema è un’esperienza non sostituibile con qualcos’altro. E non solo in termini di fruizione dei contenuti, anche da un punto di vista dell’experience sociale e culturale. Non a caso il modello che funziona da un punto di vista economico è la Multisala, ovvero il grande hub che attrae il pubblico più disparato.

Nelle grandi città poi riescono a resistere anche i cinema più piccoli, quelli che sono riusciti a ritagliarsi un pubblico di nicchia.

Anche per la musica il concetto di experience è fondamentale: l’unico settore che oggi fa davvero fatturato è quello della musica dal vivo, proprio perché un concerto è un evento non surrogabile.

E tutto questo all’interno di un sistema che, se tutto va bene, alla fine del 2015 fatturerà a livello mondo 18 miliardi di euro all’anno. Numeri ridicoli se paragonati ai fatturati dei decenni passati, ma soprattutto se paragonati a realtà attuali con un’azienda come Google che solo nel primo trimestre 2015 ha fatto registrare un fatturato di 17,3 miliardi dollari.

Il download di brani a pagamento è asfittico, per non parlare dei modelli di accesso alla musica in streaming che restituiscono agli artisti e alle case discofrafiche royalties ridicole.

Chi è riuscito a ritagliarsi un pubblico fedele riesce anche a vendere gli album, addirittura con tutto un nuovo mercato del vinile per gli appassionati, ma si tratta comunque di una nicchia dai fatturati trascurabili a livello di sistema.

Editoria Digitale, scenari futuri tra investimenti e scarsi profitti

L’epoca d’oro dei videogames

I nuovi protagonisti della realtà editoriale digitale sono sempre più i videogames, con un mercato sempre più in crescita e che nel 2015 farà registrare un fatturato complessivamente superiore a quello dell’intero comparto musicale e di Hollywood messi insieme.

Il mondo videoludico infatti ha saputo sfruttare in pieno tutte le potenzialità della rete restituendo ai suoi utenti un’experience di utilizzo unica proprio grazie al web, senza tener conto della crossmedialità del mezzo e delle enorme possibilità di sviluppo in termini di community.

I videogames oggi sono indubbiamente il prodotto editoriale che probabilmente riesce a fondere in maniera migliore struttura narrativa, innovazione digitale e sviluppo tecnologico, il tutto in uno scenario di mercato ideale.

 


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